I Sentieri storici

Sentieri Storici

La strada carrozzabile della Valgerola è stata realizzata tra il 1910 e il 1927, esisteva però un'antica mulattiera ancora percorribile da Morbegno fino a Gerola.
Inoltre in Valgerola transitava una strada, assai battuta in ogni tempo, che dalla pianura lombarda conduceva in Valtellina

L'ANTICA STRADA DELLA VALGEROLA

Da Morbegno a Sacco

La vecchia strada che da Morbegno porta a Gerola comincia all'imbocco della strada provinciale della Valgerola, da cui subito si distacca risalendo sulla sinistra.

La stradina, inizialmente ha un fondo in asfalto, poi diventa una bella mulattiera che, superate alcune baite diroccate conduce alla selva Maloberti, dove si gode un'ottima vista su Morbegno.
Poi, oltrepassata una fontana, raggiungiamo l'ampio terrazzo di prati e selve di castagni della località Campione che, alla bellezza ed amenità dello scenario naturale, unisce un motivo di interesse storico: qui nacque, infatti, nel 1417 la celebre figura di Bona Lombarda, eroina della storia del quattrocento italiano. Si trattava di una contadina di cui si innamorò il capitano Pietro Brunoro, che militava nell'esercito del Ducato di Milano (allora signoria dei Visconti), guidato dal capitano di ventura Niccolò Piccinino e dal valtellinese Stefano Quadrio, esercito che aveva appena sconfitto quello veneziano nella battaglia di Delebio (1432). I due si sposarono nella chiesa di Sacco e la moglie seguì poi il capitano, di origine parmense, nelle sue peregrinazioni legate alla compagnia di ventura per la quale militava. Fin qui niente di strano: ciò che, però, rese quasi leggendaria la figura della donna fu la pratica delle armi, nella quale, affiancando il marito, si distinse per coraggio e valore, tanto da farne un'eroina molto amata. Proseguendo si intercetta, poco oltre le belle baite di Campione, la strada provinciale, che però lasciamo subito, staccandocene sulla destra, per seguire una pista che porta a Sacco (m. 700), il primo paese che si incontra entrando nella valle.
La pista ci porta proprio alla chiesa parrocchiale di san Lorenzo, dall'elegante facciata barocca, nella piazza centrale del paese.

Da Sacco a Rasura

Dal paese scendiamo di nuovo alla strada statale, imboccando una stradina asfaltata che, dopo un gruppo di case, termina nei pressi di una fontana, diventando una pista che porta al vecchio Mulino del Dosso, ora ristrutturato come museo etnografico da Serafino Vaninetti. Il mulino è posto in prossimità della cascata della Füla, che possiamo osservare dal ponticello sul torrente della valle denominata "Il fiume".
Proseguendo sulla pista, raggiungiamo la parte bassa di Rasura (m. 762). La pista passa proprio sotto la bella chiesa parrocchiale di san Giacomo
Questa strada risale al 1629, quando la peste colpisce la comunità di Rasura. Come succedeva in que­sti casi, gli abitanti vengono confinati, cioè si proibisce loro di andare in giro e viene creato un lazzaretto nella località della Foppa, che si trova un po' lontana dal centro abitato. Il guaio è che, proprio da quella località, passava la strada di valle, che allora correva più in alto dell'attuale. Dalla sommità di Rasura si recava dove c'è la chiesetta di S. Rocco, poi tagliava il costone roccioso con numerosi gradini scavati nella roccia (ancora oggi visibili), attraversava il torrente della Valmala non lontano dal pon­te attuale e risaliva fino ai prati della Fràcia. In questa occasione, gli abitanti di Gerola e di Pedesina, per evitare ogni pericolo di conta­gio, decidono di intervenire in maniera dra­stica, cambiando addirittura il percorso della strada con quello qui descritto.

Da Rasura a Pedesina

Da Rasura continuiamo il cammino, su una pista sterrata e ci imbattiamo nel bellissimo ponte che permette di scavalcare il solco della parte inferiore della Valmala, la cui denominazione si connette con l'aspetto selvaggio e dirupato che assume proprio in questa parte. In seguito alla peste del 1629, quando le condizioni sociali ed economiche erano migliorate, la devozio­ne della gente ha provveduto a costruire sul versante destro della valle anche la bel­la cappelletta, che contribuisce non poco a rendere suggestivo e di particolare interesse il paesaggio. Queste cappellette, collocate nei punti strategici delle vie, come qui, ma anche sul costone delle Rive, appena passata la Val de Pai (ora completamente scomparsa) oppure a Sacco, a Campione, in Calneggia... oltre a manifestare la profonda religiosità, costituivano anche dei luoghi di sosta e di rifugio.
Proseguendo dal "Gisöl del Pich", intercettiamo la strada sterrata che scende alla centrale Enel nel cuore della valle; noi la tagliamo, imboccando il sentiero che se ne stacca subito, sulla destra, salendo con qualche tornante fino ad un nuovo gruppo di case, oltre le quali termina. Dobbiamo quindi imboccare un sentierino sulla destra, che, in breve, ci riporta alla strada statale che precede le prime case di Pedesina (m. 992). La chiesa parrocchiale di S. Croce di S. Antonio, questa volta, è posta più in alto sopra la strada.

Da Pedesina a Gerola

Percorrendo per un breve tratto la strada statale, troviamo, all'uscita dal paese, la partenza di una nuova sezione della Via del Bitto.
Già nel primo tratto lo scenario che ci ha finora accompagnato (uno scenario, cioè, aperto, panoramico, ameno) cambia bruscamente: entriamo nel cuore ombroso di un folto bosco di castagni e scendiamo con ripidi tornanti verso il cuore segreto della valle, perdendo 100 metri di quota, prima di raggiungere il bel ponte in legno che supera la selvaggia val di Pai. Anche nelle giornate più luminose qui saremo circondati dall'umida ombra di questa forra che incute timore, se non vera e propria paura. Sul lato opposto, dobbiamo superare un fianco roccioso, sfruttando la bella scalinatura e le corde fisse che ci sono veramente d'aiuto.

Poi il sentiero corre all'ombra di un bellissimo bosco di conifere, fino a raggiungere la frazione Valle di Gerola (m. 998): qui la valle comincia ad assumere la conformazione ad "U" caratteristica dei solchi generati dall'escavazione glaciale, ed il torrente Bitto non scorre più rinserrato fra rocce dirupate, ma si mostra al centro del pianoro che ospita il centro principale della valle stessa, cioè Gerola Alta (m. 1050), che raggiungiamo facilmente da Valle. 


IL SENTIERO DEI MORTI

Quando da Gerola si andava a Cortenova ogni tanto sostando vicino al "posamort"

Il culto dei defunti fu sempre assai vivo, e in forme che a volte mi hanno fatto pensare ad antichi retaggi pagani, addirittura celtici. Quanto fosse considerato importante che le spoglie di un morto riposassero nella propria terra, concetto che anche recentemente ha visto povere famiglie non darsi pace sino a che le spoglie di un loro caduto in Russia o in Jugoslavia non furono portate nel cimitero del paese, è provato da una singolare consuetudine che era ancora viva, da lago a monte e da valle a valle, alla fine del secolo scorso.

Gerola, villaggio posto nell'alto corso del Bitto, affluente dell'Adda presso Morbegno, era in tempi antichissimi un'alpe della Valsassina. Vi transitava la strada, assai battuta in ogni tempo, che dalla pianura lombarda conduceva in Valtellina; il suo nome, più che da riferirsi a gera, ossia a terreno franoso, è forse da trovarsi in giar, simile al gare francese, o anche a jardin, luogo cintato di sosta, ossia stazione di passaggio. Un tempo vi stazionava gente di Cortenova, addetta ai vastissimi pascoli e, soprattutto, interessata alla estrazione di ferro nelle vicine miniere del Varrone. La famiglia più importante in luogo era quella degli Acquistapace, che ancor oggi vi ha il maggior numero di fuochi, così come molti ne conta in Cortenova Valsassina. Altro casato notevole era quello degli Spandri, pure oggi presenti nei due paesi.

Ebbene, quando uno degli Acquistapace o degli Spandri moriva, la sua salma veniva trasportata da Gerola a Cortenova. Se si pensa che il percorso, attraverso la bocchetta di Trona sita a 2200 metri di elevazione, richiede in tempo estivo non meno di sette ore di cammino, è facile comprendere il sentimento che spingeva a un simile sacrificio. Raccontano che quando la morte accadeva in mesi invernali, durante i quali era impossibile praticare la strada, la salma veniva posta nel solaio della casa, chiusa in un blocco di neve battuta, in attesa che fosse possibile trasportarla. Lungo la valle del Troggia, che dalla bocchetta di Trona scende in Valsassina, vi erano, a intervalli opportuni dell'antica strada, brevi rientri, e io li ricordo, chiamati posamort, destinati alla sosta della bara per il riposo dei portatori.

Divenuta Gerola villaggio valtellinese, la sua gente acquistò molti terreni pascolivi nella piana di Piantedo, al confine tra provincia di Como e Valtellina, per condurvi gli armenti a pascolare durante l'inverno. Ebbene, quando in quel luogo moriva un pastore, veniva portato a spalla sino a Gerola; di tal fatto vi è documento in atti notarili riguardanti una lite tra il parroco di Gerola e il parroco di Piantedo, i quali ambedue pretendevano i diritti del funerale!

Le cerimonie per la morte di una persona, vecchia o giovane, umile o importante che fosse, furono sempre oggetto di particolare attenzione. La sera dopo il decesso era d'obbligo a ciascun di far visita alla famiglia per condogliarsi e di vedere il defunto, che generalmente era disteso nel suo letto, coperto da un lenzuolo. Nella cucina di casa, già che per lo più il tempo delle morti era quello invernale o di inizio primavera, si teneva un caldaro sul fuoco e si offrivano patate e castagne ai visitatori.

La bara veniva portata al cimitero a spalla dai parenti stretti, in segno di devozione; il corteo si snodava in percorsi tradizionali, piuttosto lunghi, tali da consentire il distendersi degli accompagnatori. Ancor oggi nei paesi più conservatori la partecipazione al funerale è notevole. Un tempo, in alcune località era d'obbligo che almeno un rappresentante per focolare seguisse il feretro: a Dervio tale formalità era addirittura sancita dagli antichi statuti.

Quando il morto era persona di gran conto, si gareggiava a darsi il turno a portare la cassa. Aprivano la processione le confraternite religiose con i propri paramenti, seguivano gli uomini di cui gli anziani tenevano una candela accesa nella mano; le donne, velate, chiudevano il corteo.

Benché proibito, l'antichissimo rito delle prefiche per il lamento funebre non era completamente scomparso al principio del secolo; le parenti del morto al distacco dalla casa e all'avvicinarsi alla fossa levavano pianti rumorosi, inframmezzati da fasi di dolore e da lodi all'indirizzo del defunto.
Tale pessimo rituale era sconosciuto sulla riviera orientale, forse perché avversato sin dal medioevo dall'arcivescovo, antichissimo signore di quei borghi: gli Statuti di Bellano non consentivano infatti alle donne di famiglia di seguire il feretro, permettendolo alle estranee purché non piangessero; a nessuno, poi, salvo che agli affossatori, era consentito di accompagnare la bara dalla chiesa al cimitero.

Dopo il funerale, era consuetudine di riunire i parenti e chi era venuto da lontano e di offrire loro il pasto, che era piuttosto festoso. In proporzione alle possibilità finanziarie, venivano chiamati sacerdoti delle parrocchie vicine; era lustro per la famiglia una loro numerosa presenza. A casa del parroco, poi, era servito loro un lauto pranzo.

La cura dei cimiteri fu sempre assai discutibile, soprattutto nei paesi di montagna. Solo nei borghi della riva, già a metà del secolo scorso, il camposanto era luogo dove, in un certo senso, si misurava il potere di una famiglia: presenza quindi di cappelle e di monumenti di marmo. Nei villaggi sperduti, invece, era facile che i cimiteri non fossero neppure cintati, che l'erba vi crescesse e che addirittura vi si trovasse del bestiame a pascolare. Io stesso ne vidi parecchi in tale deplorevole stato.

Una consuetudine che mi impressionò sempre da bambino fu quella della conservazione del teschio in nicchie praticate in lapidi immurate nelle cinte di alcuni cimiteri. Macabri e impressionanti, poi, erano alcune cappelle dedicate ai parroci, dove si conservavano ben allineati i teschi dei sacerdoti; ancora se ne vede un esempio nel cimitero di Gotro in Val Menaggio. Mi si raccontò che in qualche paese dove per la povertà generale non si muravano lapidi con la nicchia, quando si esumavano dopo anni le spoglie dei defunti e se ne gettavano i resti nell'ossario comune, i teschi venivano esposti sui muretti Tale consuetudine mi fa ancor oggi pensare ai Celti che conservavano nelle loro case, ricavandovi apposite nicchie, non solo i teschi dei nemici uccisi ma anche quelli dei propri trapassati.

Trascurati che fossero, i cimiteri mutavan d'aspetto nella ricorrenza dei Morti. In quell'occasione, il cimitero veniva riordinato: si tagliava l'erba, si ponevano fiori sulle tombe e, la sera, si accendevano lumini con un po' d'olio raccolto in gusci di lumaca.

Tratto da "L'ORDINE" di Venerdì 12 gennaio 1979