Un Prezioso organo

L'ORGANO IN LEGNO

(Cirillo Ruffoni "Gerola, la sua gente, le sue chiese", 1995)

Nell'ultimo quarto di secolo la chiesa celebra le feste religiose con particolare solennità, facendo spesso venire da Morbegno il corpo musicale e i cantori, diretti dal mae­stro Pietro Bossi. E' probabilmente in questo clima di fervore musicale che un geniale ge­rolese, Curtoni Gerolamo, organista ufficiale della chiesa regolarmente stipendiato e or­ganaro autodidatta, decide di costruire un organo personale interamente in legno. L'opera viene realizzata dal 1874 al 1882 in un piccolo edificio, costruito sopra la roggia del vicino mulino, in modo che l'acqua azioni contemporaneamente la ruota e i mantici dello strumento con un sistema in­gegnoso, l'organista può così suonare in tutta tranquillità quando vuole, per intratte­nere i compaesani e i turisti, ma soprattutto per accompagnare la processione, quando passa nella via antistante e si fema alla cappelletta del Curtoni.
Dopo la morte del costruttore, l'organo è stato ancora suonato in varie circostanze; ricordo di averlo visto ancora funzionante all'inizio degli anni Sessanta, poi gradualmente è caduto nell'abbandono e andato in rovina.
L'originale strumento è stato visitato da molte personalità. Fra le mie carte conservo una copia di un articolo (a tratti scanzonato, a tratti intenso) scritto nel 1938 da Giovanni Cenzato e intitolato: "L'organo aggrappato al mulino". Ne riporto alcuni passi per il particolare valore documentario che rivestono.
L'autore viene a Gerola dietro segnalazione di un lettore, che gli ha garantito: "Vi ritroverete un organo ad acqua, uno dei più curiosi esempi dell'operosità artigiana della nostra gente". Dopo aver chiesto informazioni, viene indirizzato dalla figlia dell'Orga­nista, Beatrice, che è ben lieta di aprire la casupola: "bassa, oscura; si stenta di primo acchito a raccapezzarsi in un intrico disor­dinato di legname, di armature, di pali, di sostegni inverosimili, ma una specie di viot­tolo fra quella selva selvaggia ci conduce ad un sedile, davanti al quale è una tastiera di pianoforte, coi tasti di solo legno senz'avorio, sapientemente confezionati, e sotto al quale è una pedaliera d'organo. All'infuori di questa parentela col grande strumento, il principe degli strumenti musicali, non si rie­sce a dare un'architettura al rimanente. Im­maginate un organo che sia stato per biz­zarria incastrato, incassato in un locale an­gusto, e che per farcelo stare sia stato neces­sario rattrappirlo, piegargli le canne per ogni verso, intrecciarle fra loro. inchiodarle ai muri e al soffitto. Due o tre mantici si met­tono subito in movimento mediante il sem­plice spostamento di una leva che ha inne­stato una ruota all'asse della ruota del con­tiguo mulino. Eppure, nonostante un 'appa­renza così desolante, un materiale così ru­stico e tanto primitivo, una meccanica mol­to ingenua e grossolana, non appena metto le mani sulla sconnessa tastiera la piccola camera risuona di delicati accenti. Oh no! Non sono le quindicimiladuecento canne dell'organo del Duomo di Milano, sono ap­pena centoventi, ma bastano a dar anima alla piccola tastiera, a darle una voce, a far­la parlare e con perfetta intonazione. Con­fesso che in quel momento mi sono sentito commosso. Quello che sembrava uno scherzo, una zotica bizzarria, diventava, in mez­zo a tanta povertà d'apparato, una poesia. L'organo suonava bene: aveva dei bassi profondi e pieni, delle note medie ben pasto­se, degli acuti chiacchierini e la stessa ta­stiera era pronta, elastica .. ubbidiente. E' vero, le risorse erano limitate, gli effetti ridottissimi, lo strumento, nato quando si chiese all'acustica e alla meccanica il modo di moltiplicare la fonazione e la respirazione quasi per arrivare più presso a Dio, aveva un'umiltà troppo impari a tanto compito ce­lestiale, ma pure denunciava il suo palpito, la sua vitalità, la sua anima. Gli accenti uscivano dal piccolo tugurio e parevano purificarsi nell'aria e salire al cielo con eguale eloquenza. La preghiera dell'analfabeta e quella del sapiente s'identificano, come tutte le cose destinate oltre la vita terrena.
... Non avendo che il legno (l'artigiano) costruì le canne quadrate, sagomandole a due, tre, quattro gomiti per contenerne la necessaria lunghezza nel breve spazio che aveva a disposizione. Tutto da solo, con te­nacia, pazienza, abilità istintiva e passione cocente, senza idea di lucro, fuor che una sua intima gioia di imitare la professione paterna come dilettante. Poi, nei cin­quant'anni che ebbe lo strumento, se lo go­dette da signore, empiendo il paese di suoni fragorosi, di marce, di ballabili, di pezzi d'opera, da passar quasi per matto, mentre era felice, come lo sono tutti coloro che pos­sono correre dietro la loro vena ... E ancor da vivo soddisfazioni ne ebbe: salirono qui mu­sicisti di fama, incuriositi prima e ammirati poi, e anche tecnici e strumentisti che non sdegnarono di lasciare un segno della loro considerazione... Narrano che molti anni fa, ancor vivo il rustico mugnaio, un celebre organista, M.E.Bossi, capitò qui e suonò, sfruttando il più possibile le risorse dello strumento, alcuni pezzi classici, traendone effetti, relativamente, eloquenti. Allora fu vi­sto il povero artigiano piangere di felicità. Forse egli aveva lavorato otto anni per quel pianto ... E per qualche mese, non volle suo­nare più nemmeno lui, nè aprire ad alcuno quella catapecchia, quasi temesse che le me­lodie suscitate dal grande maestro fuggissero da quell'antro dove per sua fatica l'altrui abilità le aveva fatte nascere, e dove la sua passione le voleva idealmente prigioniere".
Ci si chiede spesso come mai non si è po­tuto conservare l'organo. Veramente in più occasioni c'è stata la preoccupazione di sal­vaguardarlo, ricorrendo alla forma più sicu­ra, cioè ospitandolo in un museo, ma si è sempre frapposta, come ostacolo insormontabile, la caratteristica ben evidenziata nell'articolo: l'organo era stato creato come in simbiosi con il piccolo edificio, per cui appariva impossibile separarlo dalla struttu­ra e collocarlo altrove.