Miniera del Ferro e Forni
Un passato minerario e di lavoro estrattivo

MINIERA DEL FERRO E FORNI

I resti delle miniere del ferro e dei forni fusori

Nel territorio comunale di Gerola i resti delle miniere di ferro e dei forni d'alta quota si possono individuare quasi tutti sopra i limiti della vegetazione (dove e­videntemente l'esplorazione del terreno era più facile) e comprendono due zone ben distinte: la conca di Pescegallo e l'area di Trona/Lago Inferno.
Viceversa le vicende storiche non hanno permesso di conservare i resti dei forni fusori che si trovavano nel fondovalle, in prossimità del paese. Di essi abbiamo solamente la documentazione storica e toponomastica.

Pescegallo

E' un'area mineraria di piccole dimensioni che occupa la stretta conca a Sud del lago omonimo, circondata dalle vette rocciose, oggi sulle cartine indicate come gruppo del Ponteranica, ma che nella toponomastica di Gerola hanno sempre a­vuto il significativo nome di Ferèri.
Seguendo il sentiero che porta alla baita che sovrasta il lago, procedendo il dire­zione Sud, si può entrare in un ambiente raccolto, che si trova fuori dagli itinera­ri consueti, ma che presenta caratteri di grande interesse. Passata una ganda di massi caduti dalle pendici soprastanti, ci si imbatte subito nei resti di due piccoli forni, ben visibili anche per la presenza di scorie. Un sentiero che in passato do­veva essere stato ben tenuto, conduce attraverso un costone morenico alla quota supenore.
Nell'estate del 1978 ho accompagnato a Pescegallo l'ingegner Guicciardi di Sondrio che stava svolgendo un' indagine sulla lavorazione del ferro nella Pro­vincia di Sondrio. Egli ha poi pubblicato sulla Rassegna della Camera di Com­mercio (gennaio - febbraio 1980) la seguente descrizione, che riporto integral­mente per la precisione dei dati tecnici contenuti.
"Qui erano coltivate miniere a cielo aperto: a quota 2150 circa ci sono due scavi disposti lungo la linea di massima pendenza, lunghi 18 e 10m., uno largo fmo a 3 m., l'altro stretto da 30 a 80 cm. Profondità massima 5 m. Si direbbero cavità naturali riempite di siderite d'origine secondaria, un campione della quale, sulla frattura fresca, biancastra, mostra numerosi puntini neri, che, visti col dovuto in grandimento, appaiono come piccole dendriti: ecco il manganese! C'è anche qualche raro campione di oligisto lucente.
Verso est, (poco sotto la cresta che separa dalla valle di Bomino), si nota una trincea lunga sui 50 m., larga da 3 a 5.
L'ambiente litologico è costituito da gneiss di Morbegno con poche isolate trac­ce di verrucano.
Esistono due gruppi di forni d'arrostimento alle quote 1950 e 2050, di una forma particolare, perché ogni gruppo è costituito da due forni, uno più piccolo dell'altro: parrebbe chiaro lo scopo di economizzare il prezioso carbone nel caso di piccole cariche di minerale. A quota 1950: diametri interni circa 4 m. e 2/2,50, un po' ovali, profondità 1,80.
Adiacente al forno piccolo il rudere di un ricovero, deposito carbone, officina, m.2x2,50.
A quota 2050 i due forni sono più piccoli, coi ruderi dell'edificio da 4x2,80, do­ve si vedono ancora tracce di carbone. Si notano pochi residui di minerale greg­gio od arrostito e pressochè niente scorie (mentre sono ben evidenti nei forni a quota inferiore).
Le murature a secco dei forni hanno uno spessore alla base di m. 1,30/1,50. Quelli di maggiori dimensioni hanno funzionato meno dei piccoli, come si può rilevare dal minor grado di "cottura" dei sassi all'interno. La tecnica di costru­zione qui è meno evoluta rispetto ai forni visti in Val di Scais: manca il doppio muro con intercapedine di terra, e le murature possono dirsi semplici muracche. Non c'è acqua nelle vicinanze, per cui si deduce che mancasse un qualsiasi si­stema di tromba eolica per l'aria forzata

La zona di Trona e del lago Inferno

La zona delle miniere e dei relativi forni di arrostimento è molto più estesa di quella di Pescegallo ed è strettamente collegata, sia geologicamente che storica­mente, a quella del versante opposto di Val Varrone, dove ha sempre attinto il ferro un centro fiorente per l'attività siderurgica come Premana.
L'area occupa, grosso modo, un quadrilatero che ha come suoi vertici la diga del Lago Inferno (m. 2085), a Sud, la bocchetta di Trona ad Ovest, il Lago di Trona (m. 1805) a Est e la casera dell'alpe Trona Vaga (m. 1830) a Nord.
Le conformazioni rocciose sono costituite prevalentemente da verrucano, nelle cui fratture, in lontane ere geologiche, si sono inserite le vene di siderite, una roccia nera e lucente, spesso mescolata a quarzite. Per questo motivo le miniere sono quasi tutte costituite da scavi a cielo aperto per seguire le "vene" del mine­rale. Solo in alcuni casi si è ricorsi alle gallerie.

Le superfici delle rocce presentano un evidente modellamento glaciale. Questa caratteristica, unita alla presenza di rocce a lastre, ha meritato all'intera zona il nome di Piudìsci.
In tutta l'area sono presenti una quarantina di forni ed una ventina di edifici. La grandezza dei forni è varia; quelli in prossimità del Lago Inferno hanno diametro e profondità di circa due metri; gli altri hanno misure che vanno dai 60 ai 120 cm.
Gli edifici sono costituiti solamente dai muri perimetrali; la loro superficie è molto limitata: difficilmente superano i 3 metri di lato.
E' invece più difficile calcolare il numero delle miniere, perché si tratta di scavi che a volte sono grandi e profondi, a volte sono costituiti da semplici "assaggi", che entrano nella roccia per pochi centimetri. Quasi tutti hanno una disposizione allineata, come si può vedere dalla cartina, in quanto seguono i filoni di minerale che si sviluppano anche per centinaia di metri.
Nella toponomastica locale non c'è il ricordo di nomi delle singole miniere.


L'ESTRAZIONE E LA LAVORAZIONE DEL FERRO

Documenti storici e toponomastici

Secondo la tradizione, i primi abitanti sarebbero venuti a Gerola proprio per la­vorare all'estrazione del ferro dalle miniere. Ma a quale epoca risalgono le origi­ni del paese? E' difficile rispondere per la totale mancanza di documenti.
Sul piano delle ipotesi, data l'importanza che il ferro aveva nella società antica e la supremazia tecnologica che l'uso di questo metallo conferiva, si può ritenere che l'esplorazione e lo sfruttamento delle miniere siano avvenuti in tempi molto antichi anche nella nostra zona. Secondo gli studi compiuti recentemente in Val­camonica, la civiltà del ferro nelle Alpi sarebbe incominciata tra il 1200 e il 1000 a. C. ad opera di antichissimi artigiani provenienti dalle regioni orientali. Successivamente furono i Celti a dotarsi di un' alta specializzazione nell' arte si­derurgica. Già prima dell'arrivo dei Romani, quindi, nelle nostre valli si lavorava il ferro e non è da escludere che anche le montagne di Gerola siano state esplora­te dagli antichi abitanti alla ricerca delle vene del minerale.
Gli studi moderni si avvalgono anche dei mezzi più sofisticati, come l'analisi al radiocarbonio, per la datazione dei reperti. Nel nostro territorio non sono ancora stati compiuti studi approfonditi al riguardo. Ricerche di carattere archeologico nelle aree delle miniere e dei forni potrebbero forse dare qualche preziosa notizia sui tempi più antichi.
Un' importante testimonianza della presenza dell'uomo nella valle del Bitto, in epoche lontane, è costituita da un sasso che porta incise nove coppelle. E' stato trovato nel 1987 da Acquistapace Ettore mentre compiva dei lavori nelle adia­cenze della sua casa. Ora il reperto è custodito nel centro visitatori "Casa del tempo".
Ci sono poi alcune interessanti affermazioni dello scrittore umanista comasco Paolo Giovio (1483-1552). Nella sua opera Larius Lacus, descrivendo le miniere della vicina Val Varrone, aveva osservato come, procedendo si con lo scavo lun­go i filoni del minerale, le gallerie alcune volte erano venute a sboccare "su rot­tami e frantumi" rivelanti come l'uomo in altre epoche "v'avesse lavorato in­torno ... Si eran rinvenuti istrumenti antichi e di strana forma". La vastità degli 'scavi, inoltre, "non poteva sicuramente essere se non opera di molti secoli e di molte braccia"z.
In una delle sue esplorazioni nelle miniere situate nell'alpe Trona Vaga, Ruffoni Remo ha ritrovato alcuni piccoli cunei di ferro, che probabilmente venivano usa­ti dai minatori per spaccare la roccia. I reperti sono custoditi dall' interessato e non sono stati ancora sottoposti all' esame degli esperti.
Nel campo della toponomastica va segnalato che negli atti notarili del Trecento ricorre più volte l'espressione "ubi dicitur ad schotarios apud fontem rebessi" (dove si dice agli scotàri, presso la fonte del rébes). Mio padre ricordava ancora che, con il nome Rébes, veniva indicata la sorgente (funtanìgn) alla quale si at­tingeva l'acqua per le abitazioni e che si trova lungo il viottolo che passa dietro 1'attuale Albergo Valle del Bitto. Il temine medioevale scotàri, inoltre, anche in Valcamonica, veniva utilizzato per indicare i forni del ferro oppure i depositi del minerale. Quando negli anni Ottanta, del Novecento, è stato effettuato lo scavo per la costruzione dei garage, è affiorato un consistente strato di scorie ferrose, che sembra confermare la presenza di un forno antichissimo, di cui già nel Tre­cento esisteva ormai solo il toponimo.
Due altre indicazioni toponomastiche, un po' misteriose (in quanto [mora non ho trovato riscontri né nella tradizione orale, né nei documenti) sono quelle di fù­regn de sùra e fùregn de sòt, che si trovano nel fondovalle delle Vài, lungo l'antica strada che scendeva a Morbegno. Evidentemente anche lì, in una qual­che epoca, erano stati attivi dei forni per il ferr03.
A partire dal 1321, inizia la raccolta degli atti notarili custoditi presso l'Archivio di Stato di Sondrio ed è quindi possibile avere indicazioni storiche sicure.

La tradizione orale

Le miniere del ferro sono presenti anche nella tradizione orale di Gerola.
Nella famiglia di mio nonno Nicola si raccontava che una volta i minatori che lavoravano nelle cave di Trona erano stati a lungo incerti se, la domenica, doves­sero continuare il lavoro oppure scendere in paese per la messa. Aveva prevalso il dovere di santificare il precetto della festa ed erano scesi a Gerola. Quando e­rano ritornati a Trona, con grande sorpresa avevano trovato che la volta della miniera in cui lavoravano era crollata: se fossero stati al lavoro sarebbero morti tutti.
Il casaro di Trona Vaga, Acquistapace Fausto, mi ha riferito invece che nella sua famiglia si tramanda il racconto di una grave sciagura avvenuta proprio in una miniera che si trovava poco a valle della casa dei guardiani del Lago Inferno e che entrava nella direzione del Pizzo Trona, dove ancora oggi si può vedere una leggera traccia. Tutta la miniera era crollata seppellendo per sempre una decina di minatori che vi lavoravano.
Manni Emanuele mi ha segnalato la presenza di un forno pochi metri sopra la strada che conduce in Valle della Pietra, presso il ruscello chiamato Vargelign e mi ha raccontato la relativa storia. Il forno era stato costruito proprio sotto un grande masso, probabilmente per utilizzame la parete. Quando però il forno era stato acceso, il calore aveva spaccato la roccia che era crollata dentro il manufat­to, come ancora si può vedere, perché tutto è stato lasciato così.
L'episodio è stato da me inserito anche nel libro "Chi va e chi resta".

Cenni sulle tecniche di scavo e di lavorazione

Le osservazioni sono desunte in gran parte dagli studi effettuati in Valcamonica (che ho già ricordato sopra), dato che le tecniche di lavorazione erano verosi­milmente analoghe alle nostre.
In genere non era difficile scoprire la vena del minerale, perchè questa era visibi­le in superficie e si distingueva dalla roccia circostante per il suo colore molto scuro.
La vena veniva semplicemente scavata a cielo aperto, seguendo il filone di side­rite.
Generalmente si usava la tecnica "a gradini rovesciati". Si partiva cioè dalla par­te più bassa, scavando in profondità, poi, utilizzando anche delle impalcature, si procedeva togliendo sempre la parte superiore e depositando sul fondo la roccia inutile e gli scarti.
Per evitare pericolosi crolli, spesso venivano lasciati dei tratti di roccia, che fa­cevano da puntello fra le pareti della miniera. Dove serviva, venivano utilizzati anche rinforzi di travi di legno per sostenere le volte.
Anticamente la roccia veniva spaccata con picconi o con il tradizionale sistema di punta e mazzotto. Venivano usati spesso anche dei piccoli cunei di ferro (co­me quelli trovati da Ruffoni Remo, e ricordati sopra) che venivano piantati nelle fessure. A volte venivano praticati nella roccia dei fori nei quali venivano con­ficcati dei legni che venivano successivamente bagnati abbondantemente. La di­latazione del legno produceva la fessurazione della roccia. Un' altra tecnica per facilitare lo scavo era quella di accendere nella miniera un gran fuoco. Il calore produceva delle fessurazioni nella roccia, che poteva essere poi asportata più a­gevolmente.
Solamente dopo il 1500 si è diffusa anche fra i minatori la consuetudine di uti­lizzare le mine, realizzate con la polvere da sparo.
Man mano che lo scavo entrava in profondità, era necessario illuminare la minie­ra con lumi ad olio e provvedere anche a liberare il fondo dall'acqua.
Le condizioni di lavoro dovevano essere molto disagevoli: alcune miniere sono costituite da fessure così strette che non si riesce a capire come degli uomini vi potessero lavorare.
La roccia frantumata veniva portata all' esterno con dei piccoli gerli, ma si può supporre che nelle miniere più profonde si utilizzassero anche le corde con le carrucole.
Il minerale subiva un primo trattamento (chiamato arrostimento) nei piccoli forni che si trovavano vicino alle miniere, in modo da perdere già una buona percen­tuale di scorie. In questi forni rudimentali non si raggiungeva la temperatura di fusione, anche perché spesso (stando a quanto sostengono gli studiosi di Valca­monica) si utilizzava della legna e persino arbusti del sottobosco, come rododen­dri e ontani.
Il minerale veniva poi portato a valle, presso i forni fusori, utilizzando i tradizio­nali metodi di trasporto, che potevano essere gli animali da soma, come muli e cavalli oppure le slitte trascinate sul terreno o, meglio ancora, sulla neve, durante l'inverno, come si è sempre fatto durante i secoli anche per la legna e i tronchi.
I forni fusori erano sempre collocati vicino ad un corso d'acqua, perché l'energia idraulica azionava le ventole che soffiavano l'aria nel forno e soprattutto i magli che servivano per liberare definitivamente il metallo dalle scorie.
Qui operavano i "mastri" del forno, artigiani molto esperti nel dirigere le opera­zioni di fusione, perché dovevano calcolare le esatte proporzioni di ferro e di carbone, in modo che il metallo avesse le dovute caratteristiche di durezza e di flessibilità.
il ferro prodotto veniva suddiviso in "rigoni e verzelli", che venivano venduti o passavano direttamente alle fucine dove i fabbri provvedevano a lavorarli per ot­tenere i più svariati strumenti.
Come appare bene dai documenti storici, i forni venivano gestiti in società ed avevano delle regole precise che tutti i soci dovevano rispettare.
Come si svolgevano, in genere, a Gerola, le attività minerarie, siderurgiche e me­tallurgiche? E quali erano i periodi più favorevoli per tali attività?
Dai documenti pare di capire che solo in alcuni periodi storici (abbastanza limi­tati) si sia svolta una lavorazione del ferro a tempo pieno. Generalmente l'attività mineraria era complementare a quella agricola e pastorale, veniva svolta cioè come integrazione quando c'era disponibilità di tempo, come nell'autunno e nel primo inverno.
Questi erano proprio i periodi dell'anno più favorevoli al lavoro in miniera, per­ché durante l'estate la forte differenza di temperatura fra l'esterno e l'interno produceva il fenomeno della condensazione e quindi una forte umidità. Vicever­sa quando la temperatura esterna scendeva anche sotto lo zero, il clima costante che si manteneva all'interno della miniera diventava persino gradevole e facili­tava il lavoro.
Secondo alcuni studiosi, inoltre, gli uomini dei primi secoli dopo il Mille avreb­bero goduto anche di un clima invernale più mite di quello attuale. Ciò avrebbe permesso di svolgere i lavori minerari ad alta quota ed avrebbe facilitato molto le coltivazioni e lo sviluppo degli insediamenti di montagna.