Il Territorio

L'AMBIENTE NATURALE E UMANO

Inquadramento geografico

Quella delle Orobie è la prima catena alpina che si incontra risalendo verso nord la pianura lombarda e i rilievi prealpini.
Interessa nel suo complesso le province di Bergamo, Brescia, Lecco e Sondrio.
Il versante meridionale è più dolce e le valli presentano una morfologia più articolata con numerose ramificazioni, mentre il versante settentrionale, quello valtellinese, scende ripido verso la valle dell'Adda segnato da profonde incisioni vallive ad andamento più o meno parallelo.
È su questo versante che si estende il Parco delle Orobie Valtellinesi. Il confine superiore del parco coincide con quello della provincia di Sondrio che percorre lo spartiacque dal Monte Legnone, a ovest, fino al Passo dell'Aprica, a est; mentre quello inferiore si attesta mediamente intorno ai 1000 m.

Geologia e geomorfologia

La formazione delle Alpi Orobie ha inizio all'incirca 20 milioni di anni fa, nel Miocene, durante il processo di sollevamento delle Alpi che prende il nome di Orogenesi Alpina. La maggior parte della catena è formata da rocce di origine metamorfica: gneiss, micascisti e filladi; solo lungo lo spartiacque affiorano rocce di tipo sedimentario: conglomerati e arenarie, come il Verrucano lombardo, caratteristico della zona del Pizzo dei Tre Signori.
L'attuale morfologia delle valli orobiche è il risultato dell'azione di vari fattori che hanno contribuito all'erosione dei versanti, tra i quali i più evidenti sono l'azione dei ghiacciai e quella delle acque. I torrenti, in particolare, hanno lasciato un segno evidente nell'ultimo tratto delle valli, prima di sfociare nell'Adda, modellando profonde forre. Come testimonianze dell'azione dei ghiacciai restano invece, oltre ai caratteristici profili a "U" dei tratti più in quota delle valli, le rocce montonate, levigate cioè dallo scorrimento del ghiaccio, e numerosi laghetti alpini di origine glaciale.
La diversa composizione del substrato, la morfologia variegata e l'elevata escursione altitudinale delle Orobie fanno sì che queste montagne custodiscano in uno spazio relativamente limitato differenti ambienti caratterizzati ciascuno da una particolare componente vegetale ed animale. Ne deriva l'esigenza di tutela di questa biodiversità, sfociata nel 1989 con l'istituzione del Parco delle Orobie Valtellinesi, un parco regionale montano-forestale.

Gli ecosistemi

Il fattore che più di altri influenza la distribuzione della vegetazione su una catena montuosa come quella delle Orobie è sicuramente l'altitudine, il cui variare determina drastici cambiamenti delle condizioni climatiche.
Se dalla cima del Pizzo Coca, la più alta della catena, immaginiamo di planare, come un'aquila in volo lungo i versanti fino alla piana dell'Adda, incontreremmo una serie di ambienti diversi caratterizzati ciascuno da un tipo particolare di vegetazione.
Il punto da cui spiccheremmo il volo è costituito da rocce compatte quasi prive di vegetazione. Solo poche specie di piante superiori possono infatti vivere sulle Alpi a queste quote e in tali situazioni, mentre altri vegetali quali i licheni possono andare ben oltre i 3000 metri. Sulle rocce silicee, come lo sono la maggior parte di quelle del parco, vive un lichene crostoso di colore giallo il Rhyzocarpon geographicum. Dove si accumula un po' di terreno, come ad esempio nelle fessure, crescono invece alcune piante a cuscinetto come le Androsace (A. vandelli, A. brevis).
Appena al di sotto delle creste si trovano i ghiaioni e le morene, entrambi costituiti da detriti derivanti dallo sgretolamento della roccia, che nei primi si accumulano per gravità, mentre nelle seconde vi sono stati trasportati dall'azione dei ghiacciai. Solo alcune piante riescono a crescere su questi substrati instabili grazie a particolari adattamenti; tra le più comuni troviamo Androsace alpina, Linaria alpina, Corydalis lutea e la felce Cryptogramma crispa. In questi ambienti vegeta anche Viola comollia, splendido endemismo la cui distribuzione è circoscritta alle valli centro-orientali del Parco.
Nelle conche e nei tratti pianeggianti, dove si accumula più neve, il ciclo vegetativo si riduce a pochi mesi estivi. In questi ambienti, definiti "vallette nivali", si istaura una comunità vegetale molto simile a quella della tundra artica. Oltre a varie specie di muschi troviamo estesi tappeti di salice erbaceo (Salix erbacea), un albero in miniatura che però nasconde sottoterra lunghi fusti quale adattamento a condizioni climatiche estreme. Intercalate al salice si possono osservare alcune fioriture come quella dell'esile Soldanella pusilla o della discreta Arenaria biflora.
Questi ambienti, caratterizzati da condizioni climatiche estreme, sono abitati solo da specie animali che hanno saputo sviluppare particolari strategie di sopravvivenza.
La pernice bianca (Lagopus mutus) è forse l'esempio più eclatante, grazie alle sue doti di vero trasformista è infatti in grado di mutare il colore del piumaggio con le stagioni fino a diventare, in inverno, un tutt'uno con il manto nevoso. Non solo, in questa stagione, riesce a trarre la poca energia di cui necessita becchettando i pochi ramoscelli che fuoriescono dalla coltre di neve.
Anche lo stambecco (Capra ibex) sopravvive ai rigori invernali senza abbassarsi di quota, grazie al grasso accumulato durante l'estate, ma anche scegliendo come stazioni di svernamento versanti ripidi e ben esposti dove la neve non riesce ad accumularsi. Tra i Passeriformi adattati agli ambienti rupestri troviamo il fringuello alpino (Montifringilla nivalis), che rimane in quota anche in inverno, il sordone (Prunella collaris) e il picchio muraiolo (Tichodroma muraria); tutti e tre possono diventare preda del gheppio (Falco tinnunculus), piccolo falco che nidifica in anfratti tra le rocce. Le stesse rocce ospitano anche i nidi di gracchi (Pyrrhocorax graculus) e corvi imperiali (Corvus corax), mentre l'aquila reale (Aquila chrysaetos) frequenta questi ambienti solo durante la caccia preferendo per nidificare le pareti rocciose poste sotto il limite del bosco.

Ambienti acquatici e torbiere

Ruscelli, laghetti e torbiere, pur essendo ambienti caratterizzati dalla presenza di acqua, ospitano ciascuno particolari comunità vegetali che variano anche in funzione dell'altitudine e di altri fattori ambientali. Le sorgenti e i ruscelli d'alta quota sono, ad esempio, colonizzati da tappeti di muschi ed epatiche che meglio si adattano ai rigori del clima rispetto a piante superiori quali Saxifraga stellari, Cardamine asarifolia e Pinguicola vulgaris, che vegetano più in basso. Macchie gialle di Saxifraga aizoidesdominano invece i greti ciottolosi. Le acque ferme e poco profonde di alcuni laghetti permettono la vita di piante acquatiche come Sparganium angustifolium che ricopre la superficie del Lago Culino in Val Gerola. Ai bordi di questi specchi o nei pianori chiusi da contropendenze, quando si ha ristagno d'acqua, si formano le torbiere, zone umide in cui il l'azione di decomposizione viene rallentata dalla scarsa ossigenazione e dall'ambiente acido, determinando l'accumulo di materiale vegetale che prende il nome di torba. Accanto a muschi e sfagni si insediano carici e giunchi spesso vivacizzati dai pennacchi degli eriofori, simili a batuffoli di cotone.
Gli ambienti acquatici, a differenza di altri, sono distribuiti a diverse altitudini. Questo fattore, in concomitanza con le caratteristiche dell'acqua stessa, determina la composizione della comunità animale. I laghetti d'alta quota, ad esempio, essendo ambienti poco produttivi, posseggono catene alimentari molto corte, con all'apice piccoli invertebrati come la pulce d'acqua (Daphnia s.p.). Le raccolte d'acqua ferma poste sotto i 2000 m, siano esse naturali o create dall'uomo, come le pozze per l'abbeverata del bestiame, possono ospitare, oltre a insetti quali gerridi e ditischi, anche alcuni vertebrati come il tritone crestato (Triturus cristatus) e la rana rossa di montagna (Rana temporaria).
Queste specie, che si concentrano nel periodo riproduttivo, attirano la Queste specie, che si concentrano nel periodo riproduttivo, attirano la specie, che si concentrano nel periodo riproduttivo, attirano la presenza di un temuto predatore: la biscia d'acqua (Natrix natrix). Nei pressi delle torbiere volano spesso diverse specie di libellule. Più raramente, si incontrano due tipi differenti di farfalle dalle ali bianche puntate di nero e rosso, appartenenti al genere Parnassius: la febo (P. phoebus) e l'apollo (P. apollo), che si dividono il territorio in base all'altitudine, la prima sopra e la seconda sotto i 1500 m.
Nei torrenti con acque ben ossigenate vivono le larve dei Plecotteri, dette anche "portalegni o portasassi" per la caratteristica abitudine di costruirsi un involucro protettivo con materiale trovato in loco; questi insetti sono tra il cibo preferito del merlo acquaiolo (Cinclus cinclus), piccolo uccello in grado di nuotare sottacqua e ricercare il cibo tra i sassi.
Anche la presenza della ballerina gialla (Motacilla cinerea) è associata a quella di acque correnti.

Prateria alpina

Appena al di sotto degli ambienti rupestri, dove la morfologia del versante permette un certo accumulo di suolo, si formano le praterie alpine, caratterizzate da una cotica erbosa continua.
La prateria naturale d'alta quota (2500 e i 2700 m) che si insedia su suoli acidi nelle Alpi è il "curvuleto" che prende il nome dalla specie più abbondante Carex curvula, facilmente riconoscibile per le foglie sottili che in estate si disseccano e si arricciano a causa di un fungo che le parassita.
Questa prateria è tuttavia poco rappresentata sulle Orobie Valtellinesi, perché alle quote in cui vegeta sono spesso già presenti ambienti rocciosi. Più comune, invece, sui pendii assolati è il "festuceto" a Festuca scabriculmis, erba ispida che forma grossi cespi e che localmente prende il nome di "visega" o "cèra".
Oltre alle caratteristiche Pulsatilla alpina e Genziana kochiana che colorano di giallo e viola questi ambienti, troviamo sulle Orobie anche due specie rare in provincia di Sondrio: Allium victorialis e Anemone narcissiflora.
Nei pascoli prevale Nardus stricta, una graminacea poco appetita dal bestiame e resistente al calpestio che prende il sopravvento quando si ha un sovraccarico di bestiame. Quando invece il pascolo è sfruttato razionalmente il "nardeto" ospita colorate fioriture come quelle di Arnica montana, Gentiana punctata, Trifolium alpinum.
In estate la prateria alpina si riempie di vita. Fiori e animali appaiono come dal nulla non appena si scioglie la neve. La marmotta (Marmota marmota) esce dalle profonde tane in cui ha trascorso il letargo, il camoscio (Ripicapra rupicapra) risale dal bosco dove ha trovato cibo, il culbianco (Oenanthe oenanthe), piccolo uccello migratore, torna dall'Africa dove ha svernato.
Codirossi spazzacamini (Phoenicurus ochruros) e spioncelli (Anthus spinoletta) ritornano ad alimentarsi di insetti, cibo molto abbondante nella bella stagione.
Con un po' di fortuna ci si può imbattere in un ermellino (Mustela erminea) che rincorre tra i sassi la sua preda preferita: l'arvicola delle nevi (Chionomys nivalis), mentre più difficile è avvistare la lepre variabile (Lepus timidus), di giorno sempre ben nascosta per eludere l'attenzione dell'aquila reale che sorvola radente la prateria.
A causa dei mutamenti ambientali dovuti all'abbandono delle attività tradizionali in montagna è diventato invece sempre più difficile poter osservare le coturnici (Alectoris graeca) spostarsi lungo i pendii assolati.
La vita alle alte quote è più difficile per gli animali a sangue freddo, per questo la salamandra nera (Salamandra atra) e la lucertola vivipara (Zootoca vivipara) per potersi riprodurre hanno adottato la stessa strategia riproduttiva: invece di deporre le uova, come la maggior parte degli Anfibi e Rettili, le trattengono all'interno del loro corpo che assicura il calore necessario alla schiusa e danno così alla luce piccoli già in grado di muoversi alla ricerca cibo.

Arbusteti contorti

Continuando la discesa lungo i versanti, prima di arrivare ai boschi di conifere, incontriamo una fascia, più o meno espansa, composta da essenze arbustive diverse in base alle caratteristiche del suolo e all'esposizione.
Il rododendro (Rhododendron ferrugineum) predilige i versanti umidi e ombrosi contrariamente al ginepro (Junipers sp) che si insedia sui versanti aridi e ben esposti. In condizioni di umidità elevata sia nell'aria che nel suolo vegeta l'ontano verde (Alnus viridi), accompagnato, nelle valli centro orientali del parco da Sanguisorba dodecandra, specie endemica delle Orobie.
L'ontaneto si spinge anche nella fascia occupata dal bosco, lungo i canaloni di valanga. Meno diffuso è invece il pino mugo (Pinus mugo) la cui distribuzione è limitata a poche stazioni nella zona di Aprica e in Val Gerola.
L'animale simbolo degli ambienti di transizione tra il bosco e la prateria alpina è sicuramente il gallo forcello (Tetrao tetrix), un tetraonide dal marcato dimorfismo sessuale.
Il maschio è nero-bluastro, con sottocoda bianco e caruncole rosse sopra gli occhi. La femmina presenta un piumaggio totalmente mimetico, che la protegge soprattutto durante la cova. In primavera i maschi si ritrovano in radure, dette arene di canto, per i combattimenti rituali che permetteranno al più forte di accoppiarsi con più femmine. Meno appariscente, ma altrettanto legato ai cespuglieti, è il marasso (Vipera berus), la vipera più comune nei territori montuosi che, in questi ambienti intricati, tende agguati alle sue prede.
Appostandosi è possibile osservare alcuni passeriformi come la schiva passera scopaiola (Prunella modularis) o come il fanello (Carduelis cannabina) e l'organetto (Carduelis flammea), entrambi pennellati di rosso sul petto e sulla fronte, che si fanno ben notare esibendosi in caratteristici voli canori.
Del tutto particolare è anche il volo nuziale del prispolone (Anthus trivialis): dalla cima di un albero che sovrasta l'arbusteto si lascia cadere ad ali aperte a mo' di paracadute. In estate questi ambienti si colorano delle vistose fioriture dei rododendri e di variopinte farfalle.

Boschi di conifere

La conifera più diffusa sulle Orobie è l'abete rosso (Picea abies) o peccio, i cui boschi prendono il nome pecceta subalpina e di pecceta montana in base alla distribuzione altitudinale. La prima si estende dai 1500 metri circa fino al limite superiore del bosco.
Alle quote più elevate l'abete rosso è accompagnato o sostituito dal larice (Larix decidua) e solo localmente dal pino cembro (Pinus cembra). La pecceta montana occupa invece la fascia tra il limite del bosco di latifoglie e i 1550 metri. Nei versanti umidi e ombrosi delle valli più occidentali del Parco, al peccio si associa l'abete bianco (Abies alba), mentre in quelli più soleggiati si insedia il pino silvestre (Pinus sylvestris) che può diventare anche dominante sui versanti ripidi, con rocce affioranti.
Le propaggini superiori del bosco di conifere, costituite da lariceti radi con ricco sottobosco, sulle Orobie costituiscono l'habitat d'elezione della civetta nana (Glaucidium passerinum), un piccolissimo rapace notturno a distribuzione boreo-alpina che sfrutta per nidificare le cavità scavate dal picchio rosso maggiore (Picoides major). Più in basso, nei boschi di abete rosso, la civetta capogrosso (Aegolius funereus) nidifica invece nelle cavità nido abbandonate dal picchio nero (Dryocopus martius), il più grande dei picchi europei. Picchi e civette, ma in particolare lo scoiattolo (Sciurus vulgaris), devono essere sempre vigili per evitare gli attacchi della martora (Martes martes), abile predatore arboricolo. Tra i rapaci diurni i più adattati alla caccia in bosco vi sono l'astore (Accipiter gentilis) e lo sparviere (Accipiter nisus).
I piccoli passeriformi si spartiscono, per ricercare il cibo, le diverse parti delle conifere. Il crociere (Loxia curviristra) si nutre sulla cima estraendo, con il suo becco mirabilmente adattato, i pinoli dalle pigne; il rampichino alpestre (Certhia familiaris) cerca larve sul tronco; il regolo (Regulus regulus) insetti e ragni tra il fogliame. La cincia mora (Parus ater) predilige, per alimentarsi, l'estremità dei rami, mentre la cincia dal ciuffo (Parus cristatus) rimane più nascosta tra le fronde.
Le peccete mature delle Orobie rappresentano un ambiente ancora idoneo per il gallo cedrone (Tetrao urogallus), grosso tetraonide diventato simbolo del parco, ma sempre più raro e minacciato. Più piccolo e altrettanto elusivo è il francolino di monte (Bonasa bonasi), parente stretto del cedrone, che ne condivide in parte l'habitat. Entrambi necessitano, nel periodo riproduttivo di estesi tappeti di mirtilli dove alimentarsi.

Boschi di latifoglie

I boschi di latifoglie ricoprono le pendici orobiche dai 1000 metri circa (confine inferiore del Parco), fino al fondovalle. L'essenza arborea, che tuttora domina questa fascia di vegetazione, è il castagno (Castanea sativa) la cui espansione è stata favorita in passato dall'uomo che ne utilizzava i frutti, il legno e perfino, come strame per le stalle, le foglie. Nelle valli occidentali del Parco, a clima più umido, è presente ancora una fascia abbastanza continua di faggeto: il bosco che originariamente si trovava a contatto con quello di aghifoglie. Compagni abituali del faggio sono: l'acero di monte (Acer pseudoplatanus), il sorbo degli uccellatori (Sorbus aucuparia) e l'abete bianco. Le fioriture, come quella violetta di Hepatica nobilis, si concentrano in primavera, prima che lo sviluppo delle foglie riduca la luminosità nel sottobosco.
La fascia inferiore dei boschi di latifoglie, dove non prevale il castagno, è costituita da boschi di querce, betulle (Betula pendula), frassini (Faxinus excelsior) e tigli (Tilia cordata) e, in condizioni di elevata umidità, da acero-frassineti.
Nelle Orobie Valtellinesi i boschi di latifoglie sono spesso interrotti da prati da fieno, creati in passato dall'uomo con il disboscamento. La fascia di confine tra due ambienti, che in ecologia prende il nome di "ecotono" è in genere una zona di ricchezza biologica in cui vivono, oltre alle specie adattate a ciascuno dei due ambienti, anche altre che necessitano proprio di questa zona di transizione. Ne sono un esempio due rapaci, uno diurno, la poiana (Buteo buteo), che costruisce il nido sugli alberi e l'altro notturno, il gufo reale (Bubo bubo), che nidifica sulle pareti rocciose coperte dal bosco, ma che utilizzano entrambi per cacciare aree aperte limitrofe. A trarre vantaggio da questa diversità ambientale sono anche la lepre comune (Lepus europaeus), il capriolo (Capreolus capreolus), il tasso (Meles meles), la faina (Martes foina) e la volpe (Vulpes vulpes). Allocco (Strix aluco) e civetta comune (Athene noctua) si dividono meglio il territorio, essendo il primo più tipicamente di bosco, mentre la seconda, ormai sempre più rara, caccia e nidifica in ambienti aperti. Facili da individuare grazie alle caratteristiche emissioni sonore sono due uccelli di medie dimensioni: la ghiandaia (Garrulus glandarius) e il picchio verde (Picus viridis); quest'ultimo, pur nidificando come gli altri picchi in cavità scavate nei tronchi, preferisce nutrirsi a terra, in particolare di formiche e loro larve. Frequentando i boschi di latifoglie in autunno, in giornate piovose è possibile notare sul tappeto di foglie uno strano animaletto nero a macchie gialle: si tratta della salamandra pezzata (Salamandra salamandra) che utilizza la sua livrea come avvertimento nei confronti di possibili predatori.

Storia e tradizioni

Molti sono i segni che testimoniano quanto queste montagne fossero importanti nel passato, sia per le attività agro-silvo-pastorali, sia per i transiti commerciali.