Erbe selvatiche commestibili

ERBE SELVATICHE COMMESTIBILI


Fino alla metà del 1900, una parte molto consistente della dieta dei gerolesi era costituita da vegetali selvatici freschi raccolti giorno per giorno nel territorio soprattutto in primavera ed estate.
La raccolta è sempre incominciata con i "redic" - dente di leone, tarassaco -.
Secondo Rosa, il nome in dialetto deriva dal fatto che nei prati di proprietà della casata dei "Redic" i denti di leone erano presenti in gran quantità, contrariamente agli altri prati di Gerola, ma l'ipotesi può essere valida anche in senso opposto e cioè che la famiglia sia stata chiamata dei "redic" perchè nei suoi prati c'era in misura massiccia questo vegetale.
A gerola i "curnagin" venivano chiamati anche "sciupet" perchè il fiore a palloncino era fatto scoppiare dai ragazzicontro il dorso della mano, dando origine ad un piccolo scoppio.
In primavera, appena la neve si era sciolta, nei prati più solivi si "cavavano" ( e si cavano) i "redic" - TARAXACUM OFFICINALE - che venivano lavati, tritati e consumati crudi, in insalata, se possibile con uova sode. Anticamente in mancanza di aceto e di olio era usata l"'agra" e il burro fuso "sferzato".
I denti di leone erano consumati anche lessati e spadellati con burro, formaggio o "mascherpa" grattugiati. In misura minore erano utilizzate pure le radici, spelate e tritate nella minestra, come depurativo.
Quasi contemporaneamente ai "redic" si raccoglievano anche i germogli di ortica - URTICA DIOICA -, mentre più tardi, quando la pianta era più sviluppata, si utilizzavano solo le foglie, da mettere nella minestra, nel "mach", o lessate con le altre erbe commestibili e spadellate con burro. Le foglie di ortica erano utilizzate anche come infuso rinforzante per i capelli. Le foglie secche erano conservate come additivo invernale al pastone delle galline, mentre un fascio di ortiche verdi poteva servire per massaggiare la pelle e creare una vaso-dilatazione che alleviava i dolori reumatici.
L'erba più ricercata però era il "paruch" - in italiano "Buon Enrico", in botanica CHENOPODIUM BONUS HENRICUS - che, dalle quote più bassi degli alpeggi, alle quote più elevate, permetteva una raccolta a scalare, per l'ultima parte della primavera e di tutta l'estate. Si consumavano foglie e fusti (lO - 12 cm), lessati e spadellati con burro o nei pizzocheri al posto delle "coste", o tritati finemente insieme alle patate lesse per fare gli gnocchi.
In primavera si raccoglievano anche i "curnagin" - SILENE VULGARIS - a fiore bianco, che venivano aggiunti alla minestra o lessati e spadellati insieme alle altre erbe commestibili, con burro e se disponibili formaggio matusc o ricotta grattuggiati.
Fino alla metà del secolo scorso, senza li "slavazzi" - ROMICE ALPINO - la vita dei gerolesi sarebbe stata assai più complicata. Infatti oltre all'uso delle punte delle foglie cucinate nelle minestre o lessate e spadellate insieme alle ortiche, i curnagin e i "lengueli", le grandi foglie verdi spalmate di burro o di olio di ricino, venivano applicate sulla pancia dei bambini come antinfiammatorio oppure con una lumaca schiacciata sulle guance per alleviare il mal di denti. Inoltre, essendo la carta rara e costosa, le foglie verdi servivano mone involucro per i pani di burro, per la ricotta e, se necessario, come carta igienica.
In primavera poi si raccoglievano li "lengueli" - BISTORTA OFFICINALIS DELAMBRE - che venivano lessate e spadellate con le altre erbe commestibili o aggiunte alle minestre.
Fra i ragazzi era in voga masticare i "fistun" cioè il fusto verde del- RUMEX ACETOSA - perchè acido e assai salivante.